Precisazione
Specialmente destinata all'utente anonimo che mi ha lasciato una specie di commento-monito dal tono inspiegabilmente affettuoso e premuroso: QUESTO NON E' UN SITO 'PERSONALE'. IO NON PARLO DI ME. E' UN ESPERIMENTO LETTERARIO, CHE PARTE DAL "SUJET QUE JE SUIS ET QUE JE NE REFOULE PAS",
ma che, appunto, da quel Sujet parte quasi prendendolo a pretesto. Quindi non sono graditi commenti di intonazione 'personale', o per meglio dire 'personalistica'... niente messaggi in codice, niente avvertimenti semimafiosi, niente di tutto ciò... non è g.g.g. che parla in questo blog, è uno che porta il suo nome (pensa a W. Siti). E che ha uno pseudonimo, charlesbovary. E' un narratore, non un tale che tiene un diario on-line.
Questo NON è un journal.
Ceci n'est pas un journal, un diario.
Ma la precisazione continua in un post che dettaglierà, appena possibile, le coordinate che io ho in mente...
Per evitare malintesi. Anticipo soltanto che Ernestino NON è la persona cui l'anonima commentatrice (?) pensa.
In ogni caso uso perlopiù nomi puntati, ve ne sarete accorti (mi rivolgo a quei pochi che mi leggono).
E ancora: questo blog è in trasformazione; quando avrò aperto le sezioni che ho 'annunciato' mesi fa, diventerà una 'cosa' ancora meno personale, ancora più disancorata dall'autobiografismo...
E ancora: la persona che ha ispirato A Ernestino Autore sorprendente ha ricevuto la anzonetta in anteprima. Poi l'ho messa qui dentro, con qualche ritocco. Ma è un gioco letterario. Un gioco serissimo. Che non lede minimamente la persona che lo ha ispirato (il gioco intendo). Quindi, di nuovo, una preghiera: niente comèrage, niente marivaudage, niente avvertimenti, moniti, consigli non richiesti, né, tout court, riferimenti a una realtà precisa fatta di nomi, persone note a chi scrive e a chi lascia commenti ... Non mi interessa il REFERENTE, cacchio ...
Non è difficile da cogliere, questo aspetto, mi sembra, e adesso che mi monta anche la mosca al naso, direi che questo malinteso mi sembra anche grottesco.... perché non ci sarebbe stato neppure bisogno di spiegare tutto ciò ...
Quindi, almeno per tatto e buon gusto (mettiamola su questo piano) niente gomitatine e ammiccamenti e clins d'oeil che facciano riferimento a persone con nome e cognome. Io non ho mai pronunciato il mio nome per intero. E la stessa regola la applico anche per quel che riguarda tutti gli altri 'personaggi' che popolano questo blog e che si ispirano solo indirettamente ai loro referenti reali ...
Forse avrei dovuto chiarire meglio questo aspetto: d'ora in poi dirò: "il personaggio che somiglia a E.", oppure "a J.L.", etc ...
D'accordo ?
Avrei dato anche (privatamente) una risposta più personalizzata e privata se solo la commentatrice (ma è poi una ragazza ?) si fosse firmata o resa riconoscibile ...
I miei sogni ricorrenti hanno sempre un'ambientazione festiva. Ma sono sempre delle "cacce tragiche". Io sono sempre il Penteo della situazione, di solito lacerato dal terrore, dal panico, dal'indifferenza che avverto intorno a me, dall'orrore di non essere creduto accudito ascoltato (dai festaioli che mi circondano). Oppure da tensioni che si scatenano intorno a me e che hanno me per centro (centro del conflitto, gestore di conflitti violenti, sempre verbali e crudelmente inesorabilmente dialettici).
GGG al centro, sì, ma nell'occhio del ciclone. Cerco la mediazione, cerco di affrontare il conflitto, ma la conclusione è sempre una specie di sconfitta. Un'uscita di scena in lacrime. E spesso sono, anzi, sempre, il capro espiatorio. Sogno degli stati d'animo: la disperazione, la rabbia di aver subito un'ingiustizia o un'aggressione assolutamente sproporzionata. L'angoscia di non essere riuscito a farmi capire, di non aver portato il conflitto a un buon esito. L'angoscia 'à l'oeuvre' dell'abbandono.... un'onda ANOMALA nous separe à jamais. Questo verso che era dedicato a J. E che si trova in quei brandelli di canzoniere che giacciono nelle pagine precedenti.... ecco, questo verso lo restituisco al suo vero dedicatario: M. (ti ricordi di quel sogno, M., di quando nella mia mente addormentata si è levata un'onda mostruosa che ci ha separato? Quella volta io ho sognato la Perdita nella sua manifestazione più dolorosa: ti ho visto allontanarti da me, portato via da un flutto eguale e contrario: separati per sempre. Come in un romanzo greco, ma senza retrouvailles, senza lieto fine).
Questo post è per te, M., anche se so che non ti farà piacere (ma giuro che non ti chiamerò più "il mio ex", o peggio "il mio ex ex": sciocca comodità linguistica...
A Ernestino Autore sorprendente
Ernestino vestito di nuovo
Della tenerezza infinita che mi hai estorto,
Respira, non è difficile.
Fermati e respira, Ernestino dolcissimo.
Non parlarmi di abissi, e perdonami piuttosto
Se ti metto un dito sulle labbra come
Arpocrate fa
Sulle proprie.
E su quelle di chi decide
Di aspettare in silenzio che la tempesta si plachi
E che il cielo abbia pietà della valle.
Esisti da oltre un secolo, dici bene,
E ti chiedo perdono se ti prego
Di non pronunciare parole abissali.
Sono una povera cosa
Appesa a un filo di bava d’argento
Nella grotta paurosa.
E di una cosa ti ringrazio, mentre faccio mille acrobazie
Per restare così, basculante, a resistere.
Della seguente primaria cosa ti ringrazio Ernestino.
Di cosa? – mi chiedi – con occhi immensi
Che calmerebbero la più perversa delle bestie.
Ti risponderei lungamente, così vorrei fare,
Ma non voglio sciupare la grazia che ispiri,
La grazia riflessa di una risposta per le rime,
La forma chiusa di una canzonetta che già precipita
Verso la chiusa.
Esito, prendo tempo, ti rispondo alfine:
Tu mi certifichi che sono io a produrre,
Non altri, quel filo d’argento. E mi rendi la dignità
Perduta, mi regali un orgoglio sepolto.
Nun è peccato est’orgoglio, no, non est vanitas.
Te lo giuro. E’ solo la reazione da te sospirata.
Non avere paura, se parlo solo di me,
Ma compiangimi. Compiangi altresì la mia Debolezza
che della tua Pazienza
abusa.
Non prodigarti, trattieni il gesto della mano
E la carezza sarà ancora più dolce.
Non sei estraneo alle mie recezioni,
Non pronunciare parole stonate.
Il decalogo nostro è questo? Non so,
Non riconto i punti snocciolati
Alla rinfusa da un ragazzo (Cocomero asinino)
Che chiede soltanto pietosa considerazione.
Il mio cuore è tiepido ma sei tu la fonte
Di un calore che non merito.
On se promenera ensemble
Nella nostra carte du Tendre duale,
E per questo ti chiedo di insegnare a te stesso
La saggezza dei passi del lupo.
Non occorre che ti dica
Che il lago d’Indifferenza mi fa schifo
E che la mer dangereuse non la voglio contemplare
Neppure dipinta.
Accetta e riscatta la mia viltà.
Fingi
Che sia la sovrana delle mie virtù
E chiamala ancora per un po’,
Ad una sola voce con me
Prudenza.
La nostra casa non è un luogo di disperazione
Canta la mistica sibilla attratta dagli stranieri.
Non ci sono cocci taglienti sul pavimento,
E le stanche cassette della frutta
Attendono solo
Di essere sostituite.
Attendono da più di dieci anni,
Vorrebbero crollare, tristemente ingiallite,
Sotto il peso della loro funzione di stolido contenimento.
Ma non è un incubo in cui Giuseppe si culla, questo,
Non è una distopia, un sogno inquietante di provvisorietà.
Sempre davanti ho il punto di fuga.
E neppure illudersi che ci sia e che ci salvi
Da ogni variante dell’abbandono
È peccato.
Non parlarmi con la voce dell’abbandono,
Non farmi piangere lacrime che non hanno riscatto.
Non portarmi a commentare selvaggiamente,
Non costringermi ad enunciare
Teorie sulla bellezza
Di una mela divisa.
Dicunt, alteri dicunt
Che urlo selvaggiamente, sì,
Ma che soprattutto grido la mia innocenza.
Occupando il vuoto e stordendomi con vocalizzi
Che danno forma al languore
E alla disperazione.
Sono estraneo a me stesso, hai ragione, e se per te
Sono Dioniso,
Non è peccato:
Sono un Dioniso di cartapesta,
Usami come tale.
E se vuoi lotterò, e chiederò con moderazione.
E ti destabilizzerò solo nei limiti del consentito.
Non lasciare che abusi di una maschera
Che puoi facilmente strappare
Da un viso che già si volge verso di te
E che tutto orecchi vorrebbe essere.
Non lasciarti ingannare o distrarre
Dal flusso lutulento che tracima
Dall’orifice buccal,
Perché il padre di questa sentenza sul mio conto
Il giudice che ha emesso la condanna inutilmente dura
Si sbaglia. E sei tu che con poche parole, esatte
Come colpi di crine di cavallo,
Lo hai insegnato a Giuseppe attonito.
Grazie Ernestino: solo tu puoi salvarmi
Dai cattivi maestri, e dai padri inutilmente severi
E genericamente amorevoli.
langue
l'angue dorme.
un tappo blocca il flusso della scrittura. Aspetto che esploda fuori tutto quello che preme.
Voglio scrivere ma non ho mai tempo.
Vorrei calma e capacità di concentrarmi.
Adesso, proprio adesso che lo sto trascrurando, ci tengo a questo mio coso, a questo blog mesto, triste, disperato, deprimente, e che invece vorrebbe essere euforico, tragicomico, energico, sfavillante.
Oggi ho fatto un test forse sciocchino forse geniale.
Ma è meglio che non travasi il risultato sconcertante del suddetto test. Potrei ferire qualcuno, potrei ferirmi.
Forse ... in fase depressiva. Si apre una fase 'francamente' depressiva ?
Paralisi del linguaggio
tutto da rifare
La scrittura del blog mi è mancata
Mi avrebbe giovato continuare: sono stato stupido a "laisser tomber".
Molto difficile spiegare quel che mi succede. E forse non interessa a nessuno. Neppure a me.
Riprendere tutti i frammenti ? Travasare travasare ? Mi sembra difficile quasi una cosa impraticabile.
Mi mancano anche i miei interlocutori, i miei pochi penfriends. Tutto è in vacanza. Solo per me non c'è pace in questo momento. Tutto è muto.
un journal di ricerca epistemo-sentimentale