Prima impasse. Vivere un paradosso: aver capito che la relazione e' finita, accettare l'idea e al tempo stesso avvertire l'incongruenza; quello che fa senso, quello che non fa senso. Neppure oggi riesco ad essere espressivo. Ma non demordo. Non dovrei autorizzarmi a soffrire per questo, e non ne posso piu' di sentirmi dire che la vita delle emozioni funziona cosi'. La mia sfida sta interamente qui.
Ho detto in primissima battuta che voglio sperimentare la scrittura al presente e del presente, scartando il piu' possibile la retrospezione. Piccola correzione: vorrei avere il tempo la lucidita' il coraggio di travasare qui dentro tutti gli appunti che ho disseminato nei giorni scorsi su tutte le superfici scrivibili che mi sono capitate a tiro. Il mio grande modello, anche negativo, e' il R. Barthes dei Fragments d'un discours amoureux.
Premessa importante. Una delle tante possibili per far decollare questo esperimento di scrittura: ho anche detestato Barthes, dopo averlo amato, e tutt'ora lo amo e lo odio; dico meglio: gliene voglio per un solo epigrafico insopportabile enunciato: la frase che chiude (credo che sia proprio l'ultima) un testo che pero' e' postumo (e che forse lui non avrebbe pubblicato in quella forma): Incidents, Incidenti, pubblicato in Italia da Einaudi, in una bella collanina di saggistica dalla copertina rosso scuro. La certezza che, vittimisticamente, enuncia in quella pagina che non voglio riaprire: "non mi sara' forse mai piu' dato l'amore di un ragazzo". Cito a memoria, non ho il testo sottomano. Ma citare a memoria questa frase che tanto mi ha colpito ha un senso: qui non mi interessa la precisione della citazione, della lettera del testo di questo autore che pure per me e' cosi' importante. Questo non e' un articolo su di lui. Quello che mi importa qui e' di dare espressione a un mio spettro, ad uno spauracchio che si agita in zone oscure della mia coscienza, e per far questo uso Barthes come repoussoir autorevole. Questo enunciato mi fa orrore, lo sento del tutto estraneo, alieno. Me ne sento lontanissimo. Ma devo fare i conti con questo fantasma. Chiedermi perche' queste parole, e la condizione, lo stato d'animo che riflettono mi fanno orrore a tal punto. Tema: la solitudine, nella maturita'. Ma c'e' qualcosa che non mi torna. Perche' la condizione di perdita e di abbandono che sto vivendo (Julien con un altro: Julien che rinuncia a me per non dover rinunciare all'altro) rimanda a questa (falsa?) premessa ? Non dovrebbe importarmi minimamente di restare da solo, giacche' l'unica cosa che mi sembra rilevante in questo momento e' che non sto piu' con lui.
un journal di ricerca epistemo-sentimentale