Ho abbandonato per un po' questo diario, perché non mi faceva più bene tenerlo. Le cose precipitano.
Ho tante cose da dire ma ho paura. Che vengano lette da chi non dovrebbe leggerle mai. Che mi si ritorcano contro. Desiderio di anestetizzazione. L'analisi ha svolto la sua funzione, e continua a svolgerla. Ma adesso ho bisogno di una pausa. Purtroppo solo poche tracce di questa analisi, di questo discorso dedicato a J., si sono depositate in questo luogo. Inutile avere rimpianti. Tutto quello che resta da dire deve forse prendere una forma diversa. Narrativa, o drammatica. Pensavo anche ad una specie di dialogo di stile rinascimentale. Con un certo numero di interlocutori dai nomi fittizi e parlanti. Ognuno dei quali dovrebbe farsi portatore di una sua verità non tanto sull'amore e sull'abbandono e sulla menzogna in amore, ma su un caso particolare che si 'tira dietro' tutti questi fili discorsivi. Un caso particolare occorso ad uno dei personaggi, ad uno degli interlocutori del dialogo: la mia proiezione, la trasfigurazione allegorica di G., l'abbandonato indignato analitico, che non si dà pace.
un journal di ricerca epistemo-sentimentale