ECCO:
PER INVOGLIARVI (MA TANTO NESSUNO REAGISCE ALL'APPELLO CHE CERCO DI DIFFONDERE; ED E' BUFFO, PERCHE' NON E' UNO DEI MIEI SOLITI SOS, DI QUELLI CHE I MIEI AMICI POSSONO 'TEMERE')... PER INVOGLIARVI, DICEVO, ALLEGO QUI SOTTO L'INIZIO DI UNA NOVELLA CHE STO SCRIVENDO PER IL CONCORSO DI BILIKI:
E' UNA RISCRITTURA DELLA NOVELLA DI BOCCACCIO DI PERONELLA E IL DOGLIO; MA INSERIRO' ANCHE ALLUSIONI ALLA I,1 (CIAPPELLETTO) E A QUELLA DI FRATE ALBERTO CUI ERICH AUERBACH HA DEDICATO UN SAGGIO IMPORTANTE IN MIMESIS:
AVVERTENZA: E' SCRITTA DI GETTO, CON DEI PEZZETTI IN FRANCESE; DEVO: FINIRLA (SPERO); TRADURLA; FARLA RILEGGERE A UN BILINGUE; INSERIRE DELLE PARTI (FORSE NEI DIALOGHI) IN FRANCESE DEL CINQUECENTO: IL FRANCESE IN CUI IL DECAMERON FU TRADOTTO NELLA SUA FASE DI MASSIMA POPOLARITA'. RICAVERO' QUELLE INSERZIONI DALLE TANTE EDIZIONI CINQUECENTESCHE CHE POSSO CONSULTARE PER ESEMPIO ALLA BIBL. NAZ. DI FIRENZE.
(Senza titolo)
Je vais vous raconter une histoire ordinaire, forse, mais qui a toujours eu à mes yeuxs troppo inclini alle lacrime (penserete) un interesse enorme, un peso enorme, per meglio dire. Les parois esterne de mes yeux delicats ont eu du mal a en supporter gli aspetti visivi, per non parlare del mio cervello. Una parte del mio cervello ne è stata affectée come da una malattia incurabile pendant longtemps. Poi ci ho fatto l’abitudine, e ho capito che non era un peso, né un dono greco, quella storia che mi è toccato registrare de me propres yeux, e tenermi nel cuore e nelle viscere. Ciò che ho visto un giorno d’estate di molti anni fa, et que je vais vous raconter, m’a beaucoup servi à farmi un’idea del sadismo e del Male che non abbandonerò credo mai de mon vivant. Non so quante altre volte mi occorrerà prononcer ce mot magique, lumineux, che spiega tutto e tutto nasconde: male; ma sia chiaro, dolce complice, mon Lecteur, que quand j’utilise ce mot voglio significare solamente “il male che un uomo può fare a un altro uomo nel mondo, et dans le tissu banale et prosaico del suo quotidiano apparentemente in-interessante”.
Per molti anni ho vissuto in una città di media grandezza del sud della Francia, il cui nome taccio perché j’ai trop peur qu’il me porte malheur de le prononcer, car elle est pleine comme un oeuf dur de mauvais souvenir inutiles, et qui serait triste et sterile de ressusciter. Vi basti sapere che all’epoca ero uno studentino agli inizi di un suo soggiorno à l’étranger. Occupavo un piccolo studio luminoso e tranquillo, e non me la passavo male. En bas de chez moi il y avait une boutique forte étrange, gerée par un couple de garçons avec qui j’avait noué des relations amicales mais pas si intimes que ça. Il nostro rapporto andava al di là di un rapporto neutro di buon vicinato. Forse perché tutti e tre eravamo (io lo sono tuttora, immagino anche loro due: li ho persi di vista; so solo che vivono, ma poco di più sul loro conto), tutti e tre, dicevo, eravamo gay, o, come si diceva allora, omosessuali – anche se, per scherzo, nel milieu un po’ snob e omo-oriented que je fréquentai à l’époque entre l’Italie et la France on disait uranisti, o sodomiti, en hommage à une tradition littéraire ancienne ou à des courantes de pensée ottocentesche, very old fashioned. Ci piaceva fare gli originali, ci bastava così poco per credere di esserlo, e dunque anche con i due personaggi principali di questa storia era in essere questa complicità di mood, di linguaggio, di codici, e così via. Solo ora, riferendo tutto ciò, mi rendo conto di quanta acqua sia passata sotto i ponti. Quei codici stanno morendo, tutto è più flou, indeterminato, e forse è meglio così.
Ah … dimenticavo, in questa mia premessa, di fare due precisazioni importanti: questo milieu un peu snob et bohémien dont je parle est bien evidemment le milieu des etudiants de philo et de matières littéraires – precisazione quasi inutile -; e ancora: non sono francese, sono italiano; di qui il mio stile un po’ prolisso e pieno di parentesi e digressioni, che ha forse un gusto troppo speziato al vostro palato …
Il ragazzo che gestiva più attivamente la boutique che apriva le sue porte sulla mia via e la sua porta di servizio nella petite cour su cui si affacciavano le mie finestre si chiamava Peronel, en hommage à je ne sais pas quel acteur dont sa mère s’était éprise quand elle était jeune; la desinenza poi tradiva il desiderio di dare al nome del neonato una patina esotica (sul modello dei vari Gael, Lionel, Ariel, Gadiel, and so on). Questo Peronel aveva lasciato gli studi nel bel mezzo della sua carriera, una carriera molto brillante, perché la sua condotta esistenziale era delle più imprevedibili. Nel suo italiano un po’ incerto qu’il aimait ameliorer en bavardant avec moi quand on prenait le café ensemble, durante le lunghe pause della sua attività, il me disait “lo sai, Felice, io sono così: de tanto en tanto ho delle crise, che amenano a delli cambiamenti, e io devo obbedire, sono costretto de seguire questi cambiamenti, e de prendere una novella direcione, e se non faccessi così, avrei vergonia di fronte a me stesso e a quello che devo essere”. E così fu che convinse il suo compagno, François, ad aprire questo negozio; François lo assecondò con pazienza e tenerezza; anche lui era un giovane ricercatore: studiava i rapporti fra la letteratura e la filosofia in Germania intorno agli inizi del Novecento, e aveva cercato di portarli avanti, anche se les nouvelles taches que cette activité commerciale qu’il partageait avec Peronel lui prenaient beaocoup de temps.
Quant à Peronel, il avait était un touche-à-tout, aveva studiato teologia (non si sa come ma la sua famiglia, bien enraciné dans le Sud de la France le plus profond, était de foi protestante), e poi filosofia, e poi linguistica comparata, ecc.
Ma passiamo alla boutique: era sostanzialmente una libreria, con ampi settori molto ricchi ed altri completamente sguarniti. Anche questo rifletteva sostanzialmente quel tratto di carattere imprevisible e idiosincratico, lunatico, del giovane gérant. Ma dall’esterno, sin dalle vetrine, questo posto aveva l’apparenza di un bazar, con molti giocattoli e creazioni di Peronel, che facevano bella mostra di sé da lontano, coi loro colori chiassosi e le loro forme assurde. La maggior parte di queste creazioni, che si vendevano piuttosto bene come elementi di arredo (non so come avesse fatto a crearsi una clientela, ma certo è che gli affari andavano piuttosto bene) erano fatte di cartone, carta, cartongesso, sostenute da scheletri di legno: delle strutture a volte molto complesse, e che erano sempre attraversate da fili elettrici che alimentavano delle ampoules. Il trucco era tutto nel gioco fra la carta e l’illuminazione; gli effetti di luce erano ipnotizzanti. Non ho mai capito se Peronel li considerasse degli objets d’art, non si era mai espresso in tal senso: le nostre conversazioni portavano perlopiù sulla letteratura, su quello che lui scriveva (di scrivere non aveva mai smesso), sulla filosofia morale, sulla sessualità. Ma poco importa. Mi soffermo su questi strani oggetti che ingombravano le vetrine e ogni angolo della grande pièce solo perché uno di essi ha una funzione decisiva nell’episodio che devo riferirvi. Me lo ricordo in ogni suo minimo dettaglio, perché questa machine inutile era meravigliosamente ipnotica, sovranamente inutile, e incantava i miei occhi ingenui e la mia fantasia. Mi sono sempre vietato di chiedere a Peronel il senso di quella sua costruzione e di tutti le componenti che la costituivano, proprio per lasciare la mia fantasia libera di errare intorno a questo oggetti: di proporzioni gigantesche (o almeno così me la ricordo, come un adulto che torni con la mente al décor della sua aula dell’epoca dell’école primarie, per poi rendersi conto, qualora gli accada di rimettervi piede, de la petitesse de chaque composante du mobilier: i banchi gli armadi la lavagna), di proporzioni notevoli, diciamo piuttosto; vi si poteva entrare agevolmente, ecco, senza chinarsi. Era una sorta di cupole, foderata di carta bianca all’esterno, e di rosa all’interno. La forma non era regolarissima, sembrava l’interno di un ventre di baleine, con tutte quelle costole di legno che la sorreggevano. Poggiava à me^me le sol, e sulle pareti erano affisse, come delle plafonières, varie scatole delle meraviglie. Una di queste era chiusa da tutti i lati, ma su uno di essi c’era un forellino da cui si poteva spiare una scena incomprensibile: all’interno Peronel aveva sistemato delle vecchie componenti di panorama, probabilmente acquistate presso un rigattiere o al mercato delle pulci domenicale della città, e al centro si vedevano due bambini da dietro, che si tenevano per mano e si avventuravano nel fitto della boscaglia. Questa visione mi rallegrava e mi inquietava al tempo stesso, perché risvegliava dei souvenirs d’enfance che restano tuttora del tutto irrecuperabili, sigillati nella mia boite cranienne. Le altre scatole erano una più folle dell’altra. Inutile darne la rassegna completa. Ce n’era una, però, che pure mi affascinava, perché non era fatta per spiarvi, bensì per infilarvi una mano e sondare alla cieca, pour en tirer des sensations tactiles étranges.
Ma veniamo al punto, a quel pomeriggio di luglio che resterà gravé dans ma mémoire à jamais. Scendevo di corsa le scale di casa perché ero, come al solito, in ritardo a un seminario sul tema “l’adulterio nel romanzo francese dell’Otto-Novecento”. Attraversai di corsa la corte, ma dei gemiti arrestarono i miei passi, cazzo, se solo non avessi questo vizio scimmiesco che mi è stato instillato insieme con il latte in polvere o gli omogeneizzati, che so io: la curiosità, una curiosità micidiale, irresistibile. Che strano: maledico questa mia curiosità per avermi dato accesso alla visione di quella scena perché l’istinto così mi ha detto di fare, quattro righe più sopra, eppure ho aperto il mio racconto dicendo che quest’esperienza è stata fondamentale nella mia formazione etica. Temo di essere nel bel mezzo di un conflitto, ma la cosa a voi poco deve importare.
Era Peronel ad emetterli, e la cosa non mi sorprese più di tanto, giacché ero abituato a quei suoi versi animaleschi, che certe sere (andavo a dormire molto tardi perché sono insonne da sempre) non facilitavano certo l’arrivo del sonno. Li emetteva sempre quando scopava col suo ragazzo, e certe volte mi sembrava che fossero ancora ...
Ancora sul Falso Profeta, il cui nome non può essere fatto.
Ho deciso di unire due progetti: quello ampio del decameroncino, tutto da illustrare, ancora (ma nella mia testa già abbastanza strutturato) e quello della novella su questo personaggio incubico, il cui impronunciabile nome comincia per R.
Una sezione del Decameroncino potrebbe essere una 'giornata' consacrata allo 'svisceramento' di questa storia, della matière che fa da base alla novella che ho in testa. Una sottoarticolazione: un trittico per esempio, che potrebbe comprendere tre diverse versioni della stessa matière: non della stessa storia, si badi (mammamia che linguaggio da critico dell'Ottocento che mi vien fuori). Tre novelline diverse scritte da tre autori diversi a partire dallo stesso punto, dagli stessi elementi, dallo stesso racconto orale.
E qui interviene la dimensione mixte di tutta la faccenda: la dimensione osmotica, sì: eh sì, perché vorrei che uno dei miei amici cineasti filmassero delle séances di conversazione, da cui poi trarre brandelli per scrivere la cornice, almeno all'altezza di alcuni snodi, per esempio 'intorno' al trittico sul Falso Profeta: per meglio dire: la funzione di una prise de son, oppure di un intervento anche massiccio della camera a registrare i conversari dovrebbe servire a nutrire i dialoghi della cornice e al tempo stesso come serbatoio di spunti ed embrioni narrativi che poi andrebbero sviluppati in direzioni diverse: io dovrei raccontarla alla mia maniera, X alla sua, Y alla sua e così via... non è narcisismo, è solo che penso che valga la pena di trasformare questo incubo in una storia polifonica. Sì, insomma, credo che valga la pena di scrivere e raccontare e ri-raccontare questa storia, quello che ho dovuto subire patire vivere vedere quest'estate.
Come direbbe Bataille, c'è una necessità che si impone, un "moment de rage" che detta (ditta dentro) il racconto.
Incrociamo le dita.
Prendete questo come un primo appello.
Per il resto il Decameroncino quadri-partisan è ancora tutto da pensare; vorrei che fosse il piu' accogliente possibile. Ma che al tempo stesso conservasse alcune delle belle contraintes che il Boccaccio si era dato. Le illustro in un altro post, adesso sono stanco.
Elemento essenziale: 4 parti, una gay, una lesbica, una etero al femminile, una etero al maschile, con possibilità di osmosi ... le altre regole potreste aiutarmi VOI ad elaborarle... :)) vostro giuseppe
un journal di ricerca epistemo-sentimentale