Fra meno di mezz'ora finisco 33 anni. E' il mio calvario. Aspetto che arrivi la mezzanotte per vedere se il ragazzo che mi ha lasciato (JL) si ricorderà davvero di mandarmi il messaggio di auguri che mi ha promesso. Investimento simbolico su di un gesto minuscolo. Svelo l'arcano: sto facendo un esperimento simile a quello realizzato da un'artista lesbica di cui non ricordo il nome: sto registrando le fasi del lutto, i postumi di una separazione particolarmente dolorosa e ricca di senso ("Fa senso quello che dico ?", Julien, sono le tue parole: me le ripeto nella mente, mi fanno uno strano effetto; ti restituiscono vivo alla mia memoria). Con la differenza che questa tipa si era fatta fotografare giorno dopo giorno, per documentare il mutamento del suo aspetto fisico, dallo stato catatonico dell'abbandono ai vari stati che accompagnavano la ripresa.
Nel mio caso si tratta di questo: per una volta vorrei che non fosse un patire inutile. Parlo come se fossi interamente nella 'ripetizione': non credo di essere prigioniero della ripetizione, no (omaggio a Fabrice B., deleuziano dal gran cuore, che per primo ha richiamato la mia attenzione su questo punto). Ma come 'sovvertire' la situazione di fatto ? Forse lo faccio anche perché lui possa avere dell'ammirazione per me: trasformare il marcio del lutto non ancora elaborato in un 'oggetto'. Julien, dimmi che apprezzi, che quello che faccio ti incuriosisce.
E tuttavia vorrei limitare al minimo le allocuzioni dirette al desinatario occulto di queste parole, per il semplice fatto che, in definitiva, non è lui il destinatario. Voglio fra l'altro essere più narrativo, ma la vena mi manca stasera; ecco il vantaggio di questo spazio: posso chiudere qui, senza obblighi.
un journal di ricerca epistemo-sentimentale